Manovra, l’asse Roma-Bruxelles può evitare la procedura d’infrazione

La notizia del giorno sembra una grigia storia di numeri, decimali, virgole e indiscrezioni da politicanti.

Invece non è così.

Intanto, i fatti.

Sabato sera il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è andato in missione a Bruxelles per parlare con il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker degli aspetti tecnici della manovra. Ieri poi, a margine del Consiglio dei capi di Stato e di governo dell’Ue, sempre Conte ha avuto un colloquio “politico” con la cancelliera tedesca Angela Merkel.

Gli effetti di questi due colloqui sono stati tangibili:

Il 2,4% del rapporto deficit/Pil è intoccabile? Penso nessuno sia attaccato a quello, se c’è una manovra che fa crescere il Paese può essere il 2,2%, il 2.6%. Non è un problema di decimali (Matteo Salvini, 25.11, Adnkronos)

Il problema non è il 2,2 o il 2,4%, ma la tenuta del patto economico generale (Giuseppe Conte, 25.11, Ansa)

Il premier Conte e la Cancelliera tedesca Angela Merkel a Berlino (fonte: Adnkronos)

Cosa significa questo praticamente?

In primo luogo che c’è stata una retromarcia del governo e che si è concretamente aperto un dialogo in vista di un accordo politico con l’Unione Europea: fino a sabato i gialloverdi non avrebbero mai derogato a quel 2,4% del rapporto tra deficit/Pil che costituisce la pietra angolare della prossima legge di bilancio. Problema: questo numerino, che in termini di soldi significa un disavanzo eccessivo di 48 miliardi rispetto al pareggio di bilancio, non è mai piaciuto a Bruxelles. Secondo il Patto di Stabilità, infatti, quest’anno l’Italia sarebbe dovuta passare dall’1,6 allo 0,8% ma le misure più costose previste dal governo Conte – soprattutto “Quota 100” e reddito di cittadinanza – sono state pensate per essere finanziate “in deficit”, ovvero aumentando la spesa pubblica.

Fonte: Commissione Europea

Come si vede dal grafico qui sopra, il prossimo anno l’Italia non farà peggio di altri paesi per quanto riguarda il rapporto deficit/Pil. La Grecia arriverà al 3,5%, la Spagna al 2,5% mentre la Francia lo aumenterà di 0,2% passando dal 2,6 al 2,8%. La differenza con l’Italia, però, è che tutti questi paesi o stanno proseguendo il percorso di rientro verso il pareggio di bilancio oppure (come nel caso di Parigi) avranno a disposizione dalla Commissione un po’ di flessibilità una tantum prima di tornare a far abbassare il deficit a partire dal 2020.

L’Italia invece deciderebbe così di invertire la tendenza passando dall’1,6 al 2,4%. Un segnale che non piace a Bruxelles, ai mercati e nemmeno a chi ogni giorno deve comprare i titoli di Stato italiani per finanziare il nostro debito pubblico monstre.

Ora, passare dal 2,4 al 2,2% è una questione di 4 miliardi: per questo Salvini e Di Maio stanno studiando quale possa essere il miglior modo per continuare a mantenere le promesse elettorali pur spendendo meno soldi. Un’ipotesi potrebbe essere quella di ritardare una misura molto costosa come il reddito di cittadinanza ma di concreto non c’è ancora niente.

Prima di saperne qualcosa in più ci vorranno altre settimane di trattative ma intanto si è aperto uno spiraglio sull’asse Roma-Bruxelles.

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