Non è un paese per padri – 2

Martedì sera, dopo settimane di scontri feroci tra il Movimento 5 Stelle e una parte della stampa, il vicepremier Luigi Di Maio e il direttore di Repubblica Mario Calabresi si sono incontrati negli studi di Di Martedì, il talk show politico diretto da Giovanni Floris.

Mario Calabresi e Luigi Di Maio (il dibattito si può rivedere qui)

Il confronto è stato acceso da subito e ha messo in evidenza ancora una volta la netta frizione tra il giornale fondato da Eugenio Scalfari e il movimento pentastellato. Da una parte Calabresi ci teneva a difendere a denti stretti il diritto dei suoi giornalisti di pubblicare le notizie e di criticare il potere; dall’altra Di Maio ha risposto che “la libertà di stampa” non equivale alla “libertà di dire bugie”. 

Il momento clou del dibattito, però è stato un altro. Ad un certo punto, il direttore di Repubblica ha mostrato in diretta televisiva il testo di una querela presentata diversi mesi fa proprio da Di Maio per le notizie – a suo dire, diffamatorie – sul caso Marra-Raggi che sembrava aver sfiorato anche l’allora vicepresidente della Camera.

Per dimostrare «lo stile di procedere» e «l’approssimazione» con cui il M5S fa politica (e governa il paese) Calabresi ha mostrato ai telespettatori una gaffe commessa proprio da Di Maio, o dal suo avvocato: la querela per diffamazione è stata presentata non contro “Calabresi Mario” ma contro “Calabresi Luigi”, l’ex commissario e padre del direttore di Repubblica ucciso nel 1972 dai militanti di Lotta Continua. «Mio padre non c’è più da 40 anni e rotti» ha detto Calabresi.

Di Maio è apparso subito imbarazzato e si è difeso parlando di «errore formale del suo avvocato, tant’è vero che il procedimento sta andando avanti».

Sicuramente sarà così, ma chiedere scusa una volta ogni tanto fa davvero così schifo?

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