Chiamatela opposizione

Beato il paese che ha un’opposizione.

Mentre continua il braccio di ferro tra governo e Unione Europea sulla manovra economica del prossimo anno, il Pd è alle prese con schizofrenie e zuffe interne sul prossimo congresso.

Matteo Richetti si candida e poi si ritira per fare il vice di Maurizio Martina.

Marco Minniti si candida e poi si ritira perchè non appoggiato da Matteo Renzi.

Renzi che un giorno pensa alla scissione e l’altro pensa di candidarsi (di nuovo?) alla segreteria. Poi fa dietrofront («non mi candido»), ma solo un po’: «ad oggi il mio partito non è alll’ordine del giorno», ha detto ieri sera.

L’ex premier e segretario del Pd Matteo Renzi

Cesare Damiano si candida e poi si ritira per appoggiare Nicola Zingaretti.

Infine i renzianissimi Roberto Giachetti e Anna Ascani si aggiungono agli altri 5 candidati annunciando un ticket.

Tutto questo condito da retroscena al vetriolo, veleni e parole in libertà.

Per un partito che in quattro anni è sceso dal 41 al 17%, non è male come strategia: la strada per arrivare al 10% è quella giusta.

L’affondo di Beppe

«Arriveremo a non capire più chi siamo, dove siamo e cosa facciamo: è esattamente quello che sento io oggi nella politica italiana. Non sappiamo dove andiamo, cosa facciamo e cosa stiamo pensando. Aspettiamo questo Godot…»

Questo è un affondo molto duro pronunciato ieri contro il governo gialloverde.

Chi lo ha detto? Renzi, Berlusconi, Boldrini o qualunque altro leader dell’opposizione?

No, lo ha detto Beppe Grillo, ovvero il fondatore del Movimento che rappresenta la principale forza del governo Conte.

Il video in cui Beppe Grillo attacca il governo

Siamo proprio sicuri che l’esecutivo arriverà a mangiare, non dico il panettone, ma l’uovo di Pasqua?

Renzimaio e il servizio pubblico

“Non a caso la vicenda di Di Maio non è stata tirata fuori dal servizio pubblico, ma dalle Iene”. Questo è un passaggio della e-news settimanale scritta dall’ex premier Matteo Renzi e uscita ieri.

In quel passaggio Renzi sta polemizzando con il vicepremier Luigi Di Maio e sul caso tirato fuori dalle Iene sui quattro lavoratori pagati in nero dal padre e su un presunto abuso edilizio nella sua casa natale.

Il testo scritto dall’ex premier continua con un attacco diretto ai 5 stelle (“hanno creato un clima infame” copyright Bettino Craxi) e allo stesso Di Maio (“deve spiegare per quale ragione ha accettato di fare il prestanome al padre”). Tutto nella norma, un normale scontro politico.

L’ex Presidente del Consiglio e segretario del Pd Matteo Renzi

La frase che mi ha fatto riflettere però è quella che ho messo in cima a questo post. Renzi in quel passaggio dà per implicita una cosa precisa: il servizio pubblico Rai oggi non potrebbe scoprire il caso della famiglia Di Maio perché “controllato” dai 5 Stelle. Questo è il “sottointeso” di quel “non a caso la vicenda Di Maio non è stata tirata fuori dal servizio pubblico”.

Ma perché, mi chiedo, quando governava Renzi le nomine Rai chi le faceva? Chi aveva designato i direttori di rete, dei tg e aveva (eufemismo) un certo diritto di parola sui conduttori dei talk show?

Dai tempi dei tempi la televisione pubblica è controllata dai partiti di governo e, sia detto, è una prassi odiosa e solo italiana. Ma come mai Renzi si sveglia soltanto adesso che è all’opposizione?

Non è un paese per padri

Antonio Di Maio, Tiziano Renzi, Pier Luigi Boschi, Vittorio Di Battista.

Da domenica, ovvero da quando un’inchiesta delle Iene ha fatto emergere del lavoro nero nell’impresa del padre di Di Maio, in Italia sembra che tutto il dibattito pubblico italiano sia concentrato sui genitori dei principali leader politici italiani.

Premessa: se fossero vere le accuse delle Le Iene – non solo uno ma almeno quattro operai che lavoravano al nero – sarebbe un fatto molto grave e il vicepremier Luigi Di Maio dovrebbe non solo lasciare tutte le azioni della Ardima Srl ma soprattutto fare una lotta durissima contro il lavoro nero nei prossimi mesi per fugare qualsiasi dubbio di conflitto di interessi.

Detto questo, in queste ore sta montando una polemica politica proprio sul padre di Di Maio come avvenne, per casi ben diversi, anche nei casi dei genitori di Renzi, Boschi e Di Battista. E sono proprio questi ultimi ad essere intervenuti pubblicamente nelle ultime ore chi per attaccare, chi per difendere il vicepremier con tanto di turpiloquio.

Tiziano Renzi e Antonio Di Maio

Senza entrare nel merito delle diverse questioni, nel momento in cui l’Italia ha deciso di iniziare una trattativa serrata con l’Unione Europea sui conti pubblici e in cui il Parlamento è impegnato a discutere di immigrazione (decreto sicurezza) e anticorruzione (disegno di legge “Spazzacorrotti”), tutto il dibattito pubblico sembra essersi fermato solo per andare dietro alle schermaglie riguardanti le possibili malefatte dei padri.

Ora, va bene tutto ed è giusto fare le pulci a tutti i parenti di ministri, parlamentari e politici di ogni risma. Poi però, per favore: riniziamo a parlare di cose serie?