Il Pd e l’impopulismo di Paolo Gentiloni

Ieri è uscita su Sette un’intervista di Beppe Severgnini all’ex Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni che ha appena scritto un libro su cui si sta discutendo molto

Nel suo “La sfida impopulista” (edito da Rizzoli), Gentiloni fa un bilancio dei suoi anni prima alla Farnesina e poi a Palazzo Chigi senza lesinare critiche a chi lo ha preceduto (ovvero Renzi).

Eppure, la cosa che più mi ha colpito della bella intervista di Severgnini è stata che, paradossalmente, l’uomo meno responsabile del crollo di consenso del Partito Democratico negli ultimi anni, sia anche il dirigente più lucido nell’analizzarne i motivi.

Riporto qui di seguito il passaggio centrale:

Il Pd è diventato il simbolo delle cose che non andavano. Immeritatamente, tutto sommato; anche se abbiamo fatto errori enormi e nel libro ne parlo. Perché è accaduto? Perché siamo rimasti al governo per sei anni: Monti, Letta, Renzi, Gentiloni. Forse per un eccesso colposo di ottimismo della volontà: sottolineare continuamente che le cose stavano andando meglio, che i risultati dell’economia arrivavano, che il Pil e l’occupazione riprendevano a crescere, che il numero degli sbarchi calava… Tutte cose vere e che rimpiangeremo amaramente nei prossimi mesi; anzi, le stiamo già rimpiangendo. Però a chi era in una situazione di disagio, di difficoltà, di paura, apparivano…Addirittura irritanti. Perché, se tu stai nei guai, ti senti spaesato, hai dei figli che non trovano lavoro, sentirti dire che le cose stanno andando nella direzione giusta non basta

Il passaggio di consegne tra Matteo Renzi e Paolo Gentiloni (12 dicembre 2016)

Se il prossimo congresso del Pd partisse da questa analisi senza soffermarsi su correnti e caminetti, sarà di certo un buon punto di partenza. E farà bene al paese perché un’opposizione degna di questo nome è più che mai necessaria.

Manovra, cos’è la procedura d’infrazione

Tre a zero.

Il governo esce con le ossa rotte dalla giornata di ieri:

  • il primo gancio arriva in mattinata dall’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) secondo cui «l’Italia rappresenta un rischio per l’Europa»;
  • il montante dall’Istat che rivede al ribasso le stime di crescita del nostro paese per quest’anno (1,1 invece che 1,4%)
  • infine, in tarda mattinata, arriva la notizia già prevista: la Commissione Europea ha (“con rammarico”) confermato la bocciatura della manovra raccomandando l’apertura di una procedura d’infrazione contro l’Italia per non aver rispettato la regola sul debito. K.O tecnico.

Cos’è la procedura di infrazione?

E’ un procedimento previsto dall’articolo 126 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (Lisbona, 2009) e ha la finalità di sanzionare quei paesi membri che non rispettano le regole (in questo caso economiche, ma non solo) imposte dai trattati.

L’unico paese europeo che oggi è sotto procedura d’infrazione è la Spagna ma dovrebbe uscirne il prossimo anno.

La procedura d’infrazione può portare, in caso di mancato recepimento delle indicazioni di Bruxelles, allo stadio finale dello scontro con un paese membro: le sanzioni economiche.

Due sono le regole da rispettare per essere conformi alle regole:

  1. il rapporto tra il deficit (il rapporto tra entrate e uscite dello Stato) e il Pil (la ricchezza prodotta ogni anno) non deve superare il 3%
  2. il debito non deve superare il 60% sul Pil
Cosa prevede l’articolo 126 del Trattato di Lisbona

Perché l’Italia è sotto procedura d’infrazione?

Nel comunicato rilasciato ieri dalla Commissione Europea si legge che viene confermata «l’esistenza di un’inosservanza particolarmente grave» nel documento programmatico di bilancio presentato il 16 ottobre scorso.

Nel caso dell’Italia, se viene rispettata almeno formalmente la regola del 3% (la nota di aggiornamento al Def si ferma al 2,4%), lo stesso non si può dire per il debito pubblico che supera il 130% del Pil e non accenna a scendere. Ed è per questo che la Commissione invita ad aprire la procedura d’infrazione.

Cosa succede adesso?

Formalmente niente. Ci vorranno mesi prima che l’Europa possa aprire una procedura d’infrazione (qui, potete trovare tutto il percorso) e questo avverrà solo in primavera quando l’Ue chiederà in maniera ufficiale il rientro dell’Italia dal disavanzo in eccesso. In questo caso, sono tre le possibili conseguenze della procedura:

  1. una multa tra lo 0,2 e lo 0,5 del Pil
  2. il congelamento dei fondi strutturali europei volti allo sviluppo economico e occupazionale di ogni paese membro
  3. la sospensione dei prestiti della Banca Centrale Europea (Bce)

E il governo che ne pensa?

Da mesi ormai la Commissione manda messaggi al governo gialloverde perché riveda i conti ma il trio Conte-Salvini-Di Maio da questo orecchio non vuol sentirci:

E’ arrivata la lettera dell’Ue? Adesso aspetto anche quella di Babbo Natale (Matteo Salvini)

Il governo è convinto della validità dell’impianto della manovra (Giuseppe Conte)

Ritengo che la drammatizzazione del dissenso tra Italia e Commissione europea danneggi l’economia italiana e di conseguenza l’economia europea (Giovanni Tria)

Insomma, il governo andrà avanti. Sì, ma per dove?

Bentornati!

Ve lo avevo promesso e l’ho fatto.

Il 3 giugno scorso, due giorni dopo l’insediamento del governo Conte, concludevo così la ventitreesima e ultima puntata di “Direzione Politiche 2018“, la newsletter che avevo aperto a gennaio per seguire e raccontare la campagna elettorale in vista delle elezioni del 4 marzo:

[…] Tutto ha una fine e, come promesso, con la formazione del governo “Direzione Politiche 2018” si ferma per un po’. Magari deciderò di riprendere a scriverla all’inizio della prossima campagna elettorale, che sia tra un anno, due o cinque. O magari no e diventerà un blog, un podcast o qualcos’altro. Chissà.

Dopo quella puntata molti lettori di “Direzione Politiche 2018” mi hanno scritto (ah, grazie di cuore!) chiedendomi di andare avanti e di non fermarla. Eppure dopo 5 mesi, una durissima campagna elettorale e una delle crisi istituzionali più gravi della storia repubblicana, avevo ritenuto giusto riposarmi un po’, anche per smaltire l’effetto “stanchezza” dei lettori.

E adesso (ri)eccomi qua. Come vedete, con una forma e un contenitore diverso: non più una newsletter settimanale ma un blog con cui proverò ad aggiornarvi quotidianamente su quello che succede nella politica italiana.

Da giugno ad oggi di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. Il governo Conte-Salvini-Di Maio festeggerà tra poco i primi sei mesi di vita e nel frattempo ha iniziato una durissima battaglia con l’Unione Europea sui conti pubblici. Oltre a questo, in cantiere ci sono molti temi caldi (immigrazione, grandi opere, giustizia…) su cui si potrà valutare la durata e soprattutto il lavoro di questo governo.

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Perché “Il Transatlantico”?

Beh, perché più dell’aula questo è il vero luogo di Montecitorio dove sono nati e morti partiti e gruppi parlamentari, leader e peones, nani e ballerine. Qui, ogni giorno, i politici incontrano i giornalisti costantemente alla ricerca della notizia, del retroscena, dello scoop. Qui, nel “corridoio dei passi perduti”, si è fatta la storia d’Italia.

Cosa ci troverete

Ogni mattina, tra le 7.30 e le 8, potrete trovare un post con la notizia politica del giorno. E poi analisi, scenari, commenti, interviste e approfondimenti. Inoltre spesso mi divertirò ad aggiungere ai post scritti dei contenuti multimediali: dirette Facebook e Instagram con il format domanda/risposta o un podcast occasionale che potrete ascoltare sul vostro telefonino.

Le regole di ingaggio

Proverò a raccontare la politica come ho sempre fatto: senza partigianerie e senza faziosità a buon mercato. In maniera puntuale, corretta e soprattutto onesta intellettualmente perché so benissimo che ormai in Italia parlare di politica è come parlare di calcio: oltre ai 60 milioni di premier, buona parte del dibattito pubblico viene ridotto ad uno scontro tra tifoserie che non si parlano tra loro. Ed è anche per questo che la nostra democrazia è così ammaccata.

Io, nel mio piccolo, ho deciso di provare a tirarmi fuori da questo continuo gioco al massacro. Sarete voi a decidere se ci riuscirò o meno.

Infine, per qualsiasi chiarimento, commento o semplice domanda scrivetemi qui, via mail o sui social. Il feedback del lettore è il pane quotidiano del giornalista e io non voglio certo rimanere a digiuno.

Buon Transatlantico a tutti!

Giacomo