Ieri la Corte di Appello di Milano ha deciso per il «non luogo a procedere» nei confronti del fondatore della Lega Nord Umberto Bossi e di suo figlio Renzo nell’ambito del processo sull’utilizzo illecito dei fondi pubblici al partito.
L’ex Senatur e suo figlio erano indagati insieme all’allora tesoriere della Lega, Francesco Belsito, per appropriazione indebita e nel luglio 2017 furono condannati in primo grado rispettivamente a 2 anni e 3 mesi e un anno e sei mesi.
Ma perché la IV Sezione della Corte di Appello di Milano ha deciso per il «non luogo a procedere» tra il primo e il secondo grado?
Molto semplice: la legge introdotta dal governo Gentiloni prevede la querela diretta per quel tipo di reato. E in questo caso, non è arrivata.
A novembre, infatti, il Fatto Quotidiano aveva pubblicato un documento che testimoniava un patto privato tra l’attuale segretario del Carroccio Matteo Salvini e la famiglia Bossi. In sintesi: Salvini non avrebbe querelato i fondatori del Carroccio ma solo l’ex tesoriere Belsito, che infatti continua ad essere imputato.
Una questione di forma, insomma.

Ed è una questione ancora più significativa se consideriamo cosa avevano scritto i giudici nelle motivazioni della sentenza di primo grado: secondo i togati milanesi, Bossi era «consapevole concorrente, se non addirittura istigatore, delle condotte di appropriazione del denaro della Lega Nord».
Ora, è grazie all’acerrimo nemico Salvini che Bossi e figlio usciranno dal processo senza problemi.
Siamo sicuri che questo sia un comportamento adatto ad un vice Presidente del Consiglio e ministro dell’Interno?