Informazioni su Giacomo Salvini

Ho 23 anni e sono giornalista praticante alla scuola Walter Tobagi di Milano. Negli ultimi due anni ho scritto di politica, cronaca, economia e sport per "Il Corriere Fiorentino" e "Il Fatto Quotidiano". Mangio pane e politica e, soprattutto, ne scrivo. A gennaio ho aperto "Direzione Politiche 2018", una newsletter settimanale per raccontare la campagna elettorale italiana. Tifoso viola sfegatato.

La guerra dei dazi Usa-Cina: il caso Huawei

Le tappe della guerra commerciale – La guerra commerciale risale ormai al marzo 2018, quando Donald Trump decise di imporre dazi su alluminio e acciaio per avvantaggiare le aziende statunitensi. Il paese maggior produttore di acciaio è la Cina. Quella decisione innescò una serie di botta e risposta tra Pechino e Washington.
Per rispondere alle mosse di Trump, alcuni giorni dopo, il 2 aprile 2018, la Cina decideva di imporre a sua volta nuove tariffe sulle merci provenienti dagli Usa. Le nuove tariffe, con un aumento fino al 25 per cento, riguardavano 128 prodotti, tra cui carne di maiale e vino.
Il 6 luglio 2018 una nuova tornata di dazi da 34 miliardi, annunciati alcune settimane prima da Trump, sono entrati in vigore.
A dicembre 2018 si è tenuto il primo faccia a faccia tra Donald Trump e Xi Jinping, in cui i due presidenti si sono detti pronti a lavorare insieme per aprire le porte a migliori relazioni commerciali tra i due paesi.
L’8 maggio il presidente Trump ha dato l’ordine di rendere ufficiale l’aumento dei dazi dal 10% al 25% su 200 miliardi di dollari di merci cinesi a partire dalla mezzanotte del 10 maggio, ora di Washington. Una “dichiarazione di guerra” che si aggiunge alle tensioni tra Usa e Cina. Il tycoon infatti era sul piede di guerra dal 3 maggio, dopo aver preso visione di quello che doveva essere l’ultimo documento intermedio prima di siglare l’accordo. A far saltare il patto sui dazi tra Usa e Cina sarebbe stata proprio Pechino: secondo il resoconto pubblicato dall’agenzia Reuters, sarebbe arrivata una marcia indietro quasi totale del Dragone sugli impegni sottoscritti nella bozza di accordo commerciale con gli Stati Uniti. La Cina avrebbe rottamato i principi cardine del deal per riscrivere le norme sulla proprietà intellettuale, i trasferimenti di tecnologia, l’accesso ai servizi finanziari e la manipolazione della valuta. La Cina ha risposto alla stretta sui dazi imposta dal presidente Trump annunciando a sua volta un aumento delle tariffe sui prodotti in arrivo dagli Stati Uniti. Pechino ha reso noto che introdurrà aliquote dal 5 al 25 per cento su circa 5mila merci statunitensi, un’operazione da circa 60 miliardi di dollari.

Il confronto tra le esportazioni di Cina e Usa negli ultimi dieci anni (Fonte: Bloomberg)

Stati Uniti vs Huawei – Il 16 maggio Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per dare al governo il potere di impedire alle aziende negli Stati Uniti di acquistare apparati per telecomunicazioni prodotti da chi costituisce una minaccia per la sicurezza nazionale. Nella Entity List, un elenco di aziende considerate potenzialmente pericolose per il Paese, è stata inserita anche Huawei. Tutte le aziende americane devono richiedere un permesso speciale per poter vendere i propri prodotti e servizi a Huawei. Il provvedimento era di fatto indirizzato alle aziende cinesi, e in particolare a Huawei, già da tempo sotto le attenzioni di Trump.
Gli Stati Uniti ritengono che Huawei faccia spionaggio per conto del governo cinese, e che quindi i suoi prodotti costituiscano una minaccia per la sicurezza nazionale, visto che potrebbero essere impiegati per costruire le reti su cui passano dati sensibili. Le accuse non sono mai state dimostrate con prove concrete e Huawei ha sempre sostenuto di rispettare gli standard di sicurezza e di lavorare in modo trasparente, come del resto confermato dagli operatori mobili suoi clienti e dalla sua presenza in molti mercati, a cominciare da quello europeo.

Perché Google ha sospeso la licenza Android – Huawei fa da mesi i conti con l’ostilità del governo degli Stati Uniti, tanto da avere interrotto già nel 2018 la vendita dei propri smartphone nel paese. Le cose sono ulteriormente precipitate con l’ordine esecutivo della settimana scorsa, che ha dato il potere al dipartimento del Commercio di imporre una sostanziale messa al bando: nessuna azienda statunitense può fare affari con Huawei, salvo non ci sia un esplicito permesso governativo.
Google non aveva alternative e ha dovuto interrompere i rapporti con Huawei, sospendendo quindi la licenza Android che consentiva all’azienda cinese di vendere smartphone con i servizi di Google sopra. La perdita della licenza non implica che Huawei non possa più utilizzare Android, ma vincola il suo utilizzo alla sola versione base, quindi senza i prodotti di Google preinstallati e con complicazioni per mantenere aggiornato il sistema operativo, sia per quanto riguarda la sicurezza sia per le edizioni future di Android.

La nostra vox pop a Milano sul caso Huawei

Cosa succede adesso a Huawei – I problemi per Huawei non sono tanto legati agli smartphone già venduti, ma a quelli che l’azienda venderà in futuro. Lunedì il Ceo del colosso cinese, Ren Zhengfei, ha annunciato che Huawei nei prossimi due anni perderà circa «30 miliardi di fatturato», ovvero circa un terzo del totale (107 nel 2017). La sospensione della licenza implica che sui nuovi prodotti, non ancora in magazzino, non possa essere installata la versione di Android con i servizi Google. Non è un problema da poco, considerato che Huawei aveva presentato a fine marzo i P30 e P30 Pro, i suoi smartphone di maggior pregio, che avevano ricevuto ottime recensioni e destinati a fare concorrenza ai Samsung Galaxy S10. Nessuna opzione al di fuori di Android con i servizi di Google è una buona opzione per Huawei, che potrebbe quindi subire un grave danno economico e un ridimensionamento senza precedenti della sua intera divisione smartphone. L’azienda si sta preparando al peggio, ma diversi analisti confidano che la situazione si possa sbloccare nel caso di un nuovo accordo tra Stati Uniti e Cina, che riporti le cose a com’erano prima: Huawei impossibilitata a vendere negli Stati Uniti, ma comunque libera di lavorare con le aziende statunitensi per le sue forniture, a cominciare dalla licenza Android di Google.

di Federico Baccini, Giorgia Fenaroli e Giacomo Salvini

Servizio militare: cos’è e da dove viene la «mini-naja»

Non è il ritorno alla leva militare ma poco ci manca. E così la cosiddetta «mini-naja» fa già discutere. Il disegno di legge, presentato dal deputato di Forza Italia Matteo Perego di Cremnago e approvato mercoledì dalla Camera dei Deputati (453 sì, 10 no e sei astenuti), prevede un periodo di sei mesi di formazione militare non obbligatoria per i ragazzi tra i 18 e i 22 anni. Adesso il disegno di legge è stato trasmesso al Senato per l’approvazione definitiva.

Gli obiettivi della proposta di legge sono due:

  • «Conoscere in maniera diretta il contributo delle Forze armate nella storia del nostro Paese e l’alto valore etico che contraddistingue i nostri militari nell’assolvimento dei propri compiti istituzionali in patria e all’estero» si legge nell’introduzione del disegno di legge.
  • «Una maturazione civile e professionale del cittadino che potrà essere apprezzata anche nel futuro ambito lavorativo».
Una parata militare per le strade di Roma

I requisiti per accedere alla «mini-naja»

Prima di tutto è necessario chiarire che non stiamo parlando di un vero e proprio ritorno alla leva militare: il percorso infatti è volontario e non obbligatorio. Per accedervi sono necessari nove requisiti:

  • cittadinanza italiana
  • godimento di diritti civili e politici
  • età compresa tra 18 e 22 anni
  • assenza di condanna o procedimenti penali in corso per delitti non colposi
  • non essere stati destituiti, dispensati o dichiarati decaduti dall’impiego presso una pubblica amministrazione o licenziati dallo stesso a seguito di procedimento disciplinare
  • diploma di scuola superiore
  • nessuna misura di prevenzione
  • non aver tenuto nei confronti di Stato e forze politiche comportamenti contrari alla fedeltà alla Costituzione e alle esigenze della sicurezza nazionale
  • non essere in servizio volontario per nelle forze armate

Come funziona

Il progetto sperimentale dura sei mesi e prevede che, durante questo periodo, i giovani studenti si formino attraverso corsi di studio in e-learning, passando il proprio tempo nelle forze armate, facendo viaggi di studio per conoscere le istituzioni italiane ed europee ed entrando in contatto con le realtà economico-sociali del nostro Paese.

Tra le materie di approfondimento è prevista la conoscenza degli articoli della Costituzione relativi all’onore e alla fedeltà nella Repubblica, l’approfondimento dei princìpi e dello status che regolano l’ordinamento e il servizio militare ma anche lo studio del sistema del sistema nazionale legato alla protezione cibernetica. E proprio a questo proposito, durante i sei mesi di formazione i giovani allievi faranno un’esercitazione in cui sarà simulato un attacco informatico nei confronti dello Stato. Alla fine del percorso, c’è la possibilità che ad ogni giovane allievo vengano riconosciuti 12 crediti universitari.

Le inevitabili polemiche

L’approvazione della proposta, arrivata nello stesso giorno in cui la “legittima difesa” è diventata legge, ha provocato immediatamente le polemiche da parte della sinistra (Liberi e Uguali ha votato contro) e degli studenti universitari. «Le forze politiche vogliono tornare indietro nel tempo – hanno dichiarato in una nota congiunta le due associazioni “Unione degli Studenti” e “Link” – perché formare all’interno dell’Esercito è inaccettabile. Vogliamo studiare dentro scuole e università pubbliche, non nelle basi militari. Questa proposta è un insulto a centinaia di migliaia di studenti scesi in piazza nell’ultimo anno per chiedere al Governo maggiori investimenti nella pubblica istruzione».

Chi vuole tornare alla leva: i casi precedenti

Nonostante quella della «mini-naja» sia una proposta di legge che proviene dall’opposizione, il governo gialloverde aveva già pensato alla possibile reintroduzione della leva militare obbligatoria abolita con la legge Martino del 2004. Eppure il tema aveva creato ad agosto scorso una delle tante fratture all’interno dell’esecutivo. Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, aveva avanzato la proposta per «imparare un po’ di educazione» ma era stato subito stoppato dal ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, che aveva parlato di «un’idea romantica ma non più al passo coi tempi». A inizio legislatura la Lega aveva già presentato una proposta di legge per il ritorno della leva obbligatoria ma poi non se n’è fatto niente. E la «mini-naja» ne è solo una versione light.

Leva militare altri paesi nel mondo

Al contrario di quanto si possa pensare, in molti paesi europei la leva obbligatoria è ancora in vigore: Austria, Finlandia, Germania, Norvegia, Lituania e Grecia lo hanno mantenuto seppur con modalità diverse a seconda della durata del periodo di formazione e del range di età.

In Francia il servizio militare è stato abolito dal Presidente Chirac nel 1997 ma un anno fa Emmanuel Macron ha paventato la sua possibile reintroduzione.

Diciotti, sul voto in giunta si gioca la partita del governo

“Mi aspetto il voto contrario del Movimento 5 Stelle e dell’intero Senato”.

Per capire come mai in questi giorni si sta parlando così tanto del caso Diciotti e della richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell’Interno Matteo Salvini, bisogna partire da questa dichiarazione di oggi pomeriggio. A pronunciarla è stato lo stesso titolare del Viminale.

Salvini si riferisce al voto che si terrà nelle prossime settimane in giunta per le immunità a Palazzo Madama: i senatori dovranno dire sì o no alla richiesta del tribunale dei Ministri di Catania sull’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro.

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini martedì sera a Di Martedì

I 5 Stelle – seguendo la linea dell’altro vicepremier Luigi Di Maio – dovrebbero votare a favore e il Pd lo stesso. Contrari la Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Se questo scenario dovesse concretizzarsi, Salvini andrà a processo per abuso d’ufficio e sequestro di persona.

Eppure, la scelta finale della giunta non sarà così facile: un voto favorevole del M5S avrebbe ripercussioni sul governo?

Lo stesso Salvini ha esplicitamente di no, ma nei corridoi di Montecitorio nessuno ci crede. Come possono due forze politiche continuare a governare insieme dopo che una ha votato per mandare al patibolo l’altra?

In definitiva: il voto del Senato può essere la scintilla finale usata da Salvini per far cadere il governo e andare al voto?

Se il Pd vota sì, Salvini andrà a processo

«Sono arrivate in Senato le carte del Tribunale dei ministri nei confronti di Salvini. Dopo averle lette con attenzione e senza alcun pregiudizio ideologico, voterò a favore della richiesta di autorizzazione a procedere».

Il tweet è arrivato alle 17.57 di ieri e a scriverlo è stato l’ex premier, Matteo Renzi. Da un po’ il senatore di Scandicci non si prendeva il centro della scena politica. E invece ieri è stato così: se il Pd seguirà la linea del suo ex segretario – e non è detto che sia così – il ministro dell’Interno Matteo Salvini andrà a processo per abuso d’ufficio e sequestro di persona sul caso della nave diciotti.

Venerdì scorso il tribunale dei Ministri di Catania aveva chiesto al Senato (camera a cui appartiene Salvini) l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti per non aver fatto attraccare la nave Diciotti con 190 migranti a bordo nello scorso agosto.

La Lega voterà no mentre i colleghi di governo del Movimento 5 Stelle hanno deciso per il sì. Se anche il Pd dovesse votare a favore, in Parlamento si verrebbe a creare un’inedita alleanza Pd-M5S per mandare alla sbarra Salvini.

Il governatore del Lazio Nicola Zingaretti e il senatore Matteo Renzi

E, come ha detto il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana, questa decisione potrebbe avere delle «ripercussioni sul governo».

Un caso? Forse sì, forse no. La linea del probabile nuovo segretario del Pd, Nicola Zingaretti, infatti è chiara: nessun pregiudizio nei confronti dei 5 Stelle. E, nel caso, dialogarci anche.

Caso Diciotti, Salvini sarà processato?

Non per parlare sempre del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ma la stretta attualità politica ci impone – diciamo così – di farlo ogni giorno.

Dopo la decisione di ieri della Corte di Appello di Milano di non procedere contro la famiglia Bossi proprio grazie ad un patto scritto con Salvini, oggi è arrivata al Viminale la richiesta del Tribunale dei ministri di Catania di procedere contro di lui per il caso della nave militare Diciotti.

La vicenda è nota e risale al 15 agosto scorso: la nave della Guardia Costiera italiana aveva soccorso 190 persone provenienti dalla Libia e dirette verso l’Italia ma era stata costretta a rimanere in mare per cinque giorni, senza ricevere l’autorizzazione all’attracco da parte delle autorità italiane. Da lì è nata l’espressione: “Porti chiusi”. Prima, il 20 agosto, 13 migranti con problemi di salute erano stati fatti scendere a Lampedusa mentre dopo pochi giorni la nave era stata fatta attraccare nel porto di Catania.

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini

A quel punto la Procura di Agrigento ha aperto un’indagine nei confronti del ministro Salvini con l’accusa di sequestro di persona, abuso d’ufficio e arresto illegale. Il fascicolo poi era passato per competenza territoriale a Palermo e Catania che avevano chiesto l’archiviazione per Salvini. Questa, però, è stata respinta dal Tribunale dei ministri che ha chiesto l’autorizzazione a procedere al Senato, il ramo del Parlamento a cui appartiene Salvini.

Se Palazzo Madama dovesse negare l’autorizzazione, i giudici dovrebbero rinunciare all’indagine mentre, in caso contrario, si aprirebbe il processo ordinario.

Sarà interessante capire cosa faranno adesso i senatori leghisti – evidentemente contrari – e i colleghi del Movimento 5 Stelle, da sempre favorevoli alle indagini e ai processi sugli esponenti politici.

Ci sarà un’altra – l’ennesima – rottura nella maggioranza?

Lega, come è stato salvato Bossi

Ieri la Corte di Appello di Milano ha deciso per il «non luogo a procedere» nei confronti del fondatore della Lega Nord Umberto Bossi e di suo figlio Renzo nell’ambito del processo sull’utilizzo illecito dei fondi pubblici al partito.

L’ex Senatur e suo figlio erano indagati insieme all’allora tesoriere della Lega, Francesco Belsito, per appropriazione indebita e nel luglio 2017 furono condannati in primo grado rispettivamente a 2 anni e 3 mesi e un anno e sei mesi.

Ma perché la IV Sezione della Corte di Appello di Milano ha deciso per il «non luogo a procedere» tra il primo e il secondo grado?

Molto semplice: la legge introdotta dal governo Gentiloni prevede la querela diretta per quel tipo di reato. E in questo caso, non è arrivata.

A novembre, infatti, il Fatto Quotidiano aveva pubblicato un documento che testimoniava un patto privato tra l’attuale segretario del Carroccio Matteo Salvini e la famiglia Bossi. In sintesi: Salvini non avrebbe querelato i fondatori del Carroccio ma solo l’ex tesoriere Belsito, che infatti continua ad essere imputato.

Una questione di forma, insomma.

Matteo Salvini e Umberto Bossi

Ed è una questione ancora più significativa se consideriamo cosa avevano scritto i giudici nelle motivazioni della sentenza di primo grado: secondo i togati milanesi, Bossi era «consapevole concorrente, se non addirittura istigatore, delle condotte di appropriazione del denaro della Lega Nord».

Ora, è grazie all’acerrimo nemico Salvini che Bossi e figlio usciranno dal processo senza problemi.

Siamo sicuri che questo sia un comportamento adatto ad un vice Presidente del Consiglio e ministro dell’Interno?

Vacanze romane 2018

Quest’anno il Parlamento potrebbe non andare in vacanza.

No, non è un titolo acchiappaclick stile “colonnina destra” dei siti di informazione o post di “Tze Tze”. E’ proprio così.

Il governo, infatti, aveva deciso di “spacchettare” i due decreti su “Quota 100” e sul reddito di cittadinanza dal testo principale della legge di Bilancio oggi in discussione al Senato. Ora, dopo aver formalizzato una bozza di accordo con Bruxelles anche sui due cavalli di battaglia di Lega e Movimento 5 Stelle, la manovra definitiva può andare in aula ma la novità odierna è che i lavori in Commissione Bilancio slitteranno ancora una volta a domani.

Dopo l’approvazione della Commissione – che ha sempre i suoi tempi tecnici – il testo arriverà in aula e anche qui ci vorrà qualche giorno prima dell’approvazione definitiva. Inoltre, visto che il testo è stato modificato al Senato, dovrà tornare alla Camera per l’ultima lettura. Quella definitiva. 

La Camera dei Deputati in seduta comune

L’iter più probabile dunque dovrebbe essere il seguente:

  • 18-19-20 dicembre: voto in Commissione Bilancio
  • 21 dicembre: il testo arriva in aula al Senato
  • 24 dicembre: voto a Palazzo Madama
  • 28-29-30 dicembre: il testo torna alla Camera e voto finale

La legge di Bilancio dovrà essere approvata entro e non oltre il 31 dicembre, per evitare il cosiddetto esercizio provvisorio (la possibilità di spendere soldi anche senza aver approvato il bilancio annuale).

Quindi, se i senatori potranno andare in vacanza dalla vigilia di Natale, lo stesso non vale per i deputati che saranno “costretti” a tornare in Parlamento per approvare la manovra.

Tempo di festeggiare il Capodanno e poi dal 7 gennaio ripartono i lavori delle commissioni.

Dopo il mese pieno di vacanze estive, per una volta gli stacanovisti potrebbero essere proprio i parlamentari italiani.