Se il Pd vota sì, Salvini andrà a processo

«Sono arrivate in Senato le carte del Tribunale dei ministri nei confronti di Salvini. Dopo averle lette con attenzione e senza alcun pregiudizio ideologico, voterò a favore della richiesta di autorizzazione a procedere».

Il tweet è arrivato alle 17.57 di ieri e a scriverlo è stato l’ex premier, Matteo Renzi. Da un po’ il senatore di Scandicci non si prendeva il centro della scena politica. E invece ieri è stato così: se il Pd seguirà la linea del suo ex segretario – e non è detto che sia così – il ministro dell’Interno Matteo Salvini andrà a processo per abuso d’ufficio e sequestro di persona sul caso della nave diciotti.

Venerdì scorso il tribunale dei Ministri di Catania aveva chiesto al Senato (camera a cui appartiene Salvini) l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti per non aver fatto attraccare la nave Diciotti con 190 migranti a bordo nello scorso agosto.

La Lega voterà no mentre i colleghi di governo del Movimento 5 Stelle hanno deciso per il sì. Se anche il Pd dovesse votare a favore, in Parlamento si verrebbe a creare un’inedita alleanza Pd-M5S per mandare alla sbarra Salvini.

Il governatore del Lazio Nicola Zingaretti e il senatore Matteo Renzi

E, come ha detto il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana, questa decisione potrebbe avere delle «ripercussioni sul governo».

Un caso? Forse sì, forse no. La linea del probabile nuovo segretario del Pd, Nicola Zingaretti, infatti è chiara: nessun pregiudizio nei confronti dei 5 Stelle. E, nel caso, dialogarci anche.

Il Pd e l’impopulismo di Paolo Gentiloni

Ieri è uscita su Sette un’intervista di Beppe Severgnini all’ex Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni che ha appena scritto un libro su cui si sta discutendo molto

Nel suo “La sfida impopulista” (edito da Rizzoli), Gentiloni fa un bilancio dei suoi anni prima alla Farnesina e poi a Palazzo Chigi senza lesinare critiche a chi lo ha preceduto (ovvero Renzi).

Eppure, la cosa che più mi ha colpito della bella intervista di Severgnini è stata che, paradossalmente, l’uomo meno responsabile del crollo di consenso del Partito Democratico negli ultimi anni, sia anche il dirigente più lucido nell’analizzarne i motivi.

Riporto qui di seguito il passaggio centrale:

Il Pd è diventato il simbolo delle cose che non andavano. Immeritatamente, tutto sommato; anche se abbiamo fatto errori enormi e nel libro ne parlo. Perché è accaduto? Perché siamo rimasti al governo per sei anni: Monti, Letta, Renzi, Gentiloni. Forse per un eccesso colposo di ottimismo della volontà: sottolineare continuamente che le cose stavano andando meglio, che i risultati dell’economia arrivavano, che il Pil e l’occupazione riprendevano a crescere, che il numero degli sbarchi calava… Tutte cose vere e che rimpiangeremo amaramente nei prossimi mesi; anzi, le stiamo già rimpiangendo. Però a chi era in una situazione di disagio, di difficoltà, di paura, apparivano…Addirittura irritanti. Perché, se tu stai nei guai, ti senti spaesato, hai dei figli che non trovano lavoro, sentirti dire che le cose stanno andando nella direzione giusta non basta

Il passaggio di consegne tra Matteo Renzi e Paolo Gentiloni (12 dicembre 2016)

Se il prossimo congresso del Pd partisse da questa analisi senza soffermarsi su correnti e caminetti, sarà di certo un buon punto di partenza. E farà bene al paese perché un’opposizione degna di questo nome è più che mai necessaria.